I Vizi Capitali - Parrocchia Santi Filippo e Giacomo di Parona

Parrocchia Santi Filippo e Giacomo Parona - VR -
Vai ai contenuti

I Vizi Capitali


Diciamo subito che nell’essere umano si intrecciano tenebre e luce, grandezze e bassezze. San Paolo a riguardo ha scritto pagine famose, specialmente nella Lettera ai Romani in cui afferma una lotta tra il bene e il male: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.

La dottrina sui vizi capitali presuppone in primo luogo il tentativo di spiegare chi è l’uomo. Anzitutto, la Sacra Scrittura conosce la grandezza e la dignità dell’uomo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” è scritto nel Libro della Genesi. E nel Salmo 8: “Lo hai fatto poco meno degli Angeli”. Sono parole che rivelano la grandezza dell’uomo, immagine di Dio, soprattutto perché è spirito, ha una volontà, è libero, è capace di amare, è capace di parlare con Dio.

Ma la Bibbia conosce anche la miseria e la cattiveria dell’uomo, la sua perversione. Il testo biblico ci dà la spiegazione della presenza del male nell’uomo. Il male presente nell’uomo non è creazione di Dio.
Il male è venuto nel mondo per colpa dell’uomo stesso, su istigazione del demonio ma per decisione dell’uomo. Il male viene dalla libertà umana che decide di andare contro Dio. Anche per il maligno vale ciò che si dice per l’uomo: il maligno in origine era stato creato come creatura sana, addirittura santa; prima di peccare era Lucifero, cioè l’Angelo della luce, era la più bella delle creature di Dio. Il male è nato dal desiderio, suo e di coloro che lo hanno seguito, di opporsi a Dio e di farsi simili a lui; è nato da una creatura buona che ha scelto sé stessa al posto di Dio.

Anche nell’uomo il male è nato per un atto libero di disobbedienza a Dio. Da quel momento l’uomo, da creatura sana, santa, trasparente alla luce di Dio, ha generato in sé il tarlo della corruzione. Con la perdita della grazia originaria, egli non è ritornato allo stato di pura natura, ma ha inquinato il suo essere introducendovi una malattia spirituale, che potremmo chiamare, con un termine adottato dal Concilio di Trento, “concupiscenza”, cioè l’inclinazione al male. È proprio questa spinta, o concupiscenza, che successivamente è stata chiamata anche amore proprio, amore di sé, egoismo, la radice di tutti i vizi capitali.

La Tradizione della Chiesa ha individuato sette vizi capitali (cioè principali) che sono alla radice di tanti altri mali.

Innanzitutto bisogna precisare i concetti di peccato e di vizio. Il peccato è un atto singolo, mentre il vizio indica un comportamento abitudinario, che risulta dalla ripetizione di numerosi atti peccaminosi dello stesso genere e diventa quasi una seconda natura. Il vizio è il peccato consolidato, che ha messo radici nella nostra natura psico-fisica, oltre che spirituale. Per questo il vizio è veramente difficile da estirpare.
 LA SUPERBIA
  
Il primo e più importante dei vizi capitali è la superbia. Sia nella Bibbia, sia nei maestri di vita spirituale, la superbia viene presentata come la radice di tutti e sette e addirittura di ogni peccato. Per capire il significato di “superbia” è bene capire il significato stesso della parola: si tratta di un vocabolo latino che viene da “super”, cioè “sopra” e indica l’atteggiamento dell’auto-elevazione, dell’io che colloca sé stesso sopra gli altri.
  
La superbia è ritenuta la radice di tutti i vizi, sulla scia di un testo del Siracide: “Principio della superbia umana è allontanarsi dal Signore, tenere il proprio cuore lontano da chi l’ha creato. Principio della superbia infatti è il peccato”. La superbia dunque allontana da Signore e, siccome il peccato è l’allontanamento dal Signore, partendo da questo testo possiamo dire che è la superbia la radice di ogni peccato.
  
Ma è soprattutto nell’analisi del Libro della Genesi che possiamo vedere come il primo peccato, il peccato originale, sia un peccato di superbia. Infatti Adamo ed Eva hanno desiderato, nonostante il divieto divino, di avere una conoscenza che li rendesse simili alla divinità: “Se mangerete di quell’albero sarete simili a Dio”.
 
                                       
Anche il peccato di Lucifero e degli angeli che lo hanno seguito viene spiegato dalla tradizione come un peccato di superbia. A Lucifero vengono attribuite le parole che Isaia riferiva alla superbia del re di Babilonia: “Voglio salire fino al cielo, porre il trono sulle stelle, voglio salire sulle nubi più alte, diventando uguale all’Altissimo”.                                  
    Le varie espressioni della superbia
 
La superbia è una realtà interiore che si manifesta con molte maschere a seconda degli uomini, dei caratteri, delle situazioni di vita. Vediamo ora come la Bibbia presenta le varie forme di superbia.
  
Una prima forma è la vanità, innanzitutto la vanità di chi ha sete di onori. Gesù l’ha presa in considerazione e condannata quando ha parlato di coloro che, invitati, scelgono i primi posti. È la grande accusa contro gli scribi e i farisei: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini…”. La vanagloria è una forma forse meno grave di superbia, tuttavia questa sete di onori e di applausi deve essere vista nella sua pericolosità. In fondo, è una forma di idolatria per cui l’io sta al posto di Dio e si agisce non per Dio ma per avere una lode.
  
Un’altra tipica manifestazione della superbia è la gelosia, cioè quella malattia spirituale per cui non si sopportano la bontà e la santità degli altri, perché ci oscurano. Il superbo che è geloso, diventa facilmente omicida. Si uccidono gli altri con la lingua, ricorrendo all’insinuazione, alla diffamazione, alla calunnia; si cerca di danneggiarli e di eliminarli, almeno moralmente. È l’atteggiamento di Caino che elimina Abele.
  
Altra forma di superbia è l’arroganza, cioè il trattare gli altri dall’alto in basso. Nella Bibbia, “gli occhi alteri” sono fra le cose che il Signore detesta. È l’atteggiamento tipico di chi è riuscito finalmente a raggiungere altri. L’arroganza di chi è ricco, ad esempio, e fa ostentazione di ciò che possiede, senza avere pietà per i poveri è una forma particolarmente odiosa della superbia.
  
Un modo più sottile di manifestarsi della superbia è l’ipocrisia, tipica di chi ci tiene ad essere stimato virtuoso e perfino santo, senza fare la fatica per diventarlo. Costui prende atteggiamenti esteriori di virtù o di santità, ma il suo cuore è corrotto. Gesù ha condannato duramente l’ipocrisia quando si rivolge agli scribi e ai farisei con parole severe: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume”.
 
Il rimedio al vizio della superbia è l’umiltà.
L' AVARIZIA

Il secondo vizio capitale è l’avarizia. Avaro è colui che, avendo il cuore attaccato alle ricchezze, è tutto dedito a ricercarle e accumularle al fine di conservarle. Esse sono diventate la sua sicurezza, la sua gioia, il suo Dio.

La smania di ricchezze è una malattia spirituale diffusa e conosciuta. È una vera e propria idolatria che si pone in alternativa a Dio, come dice Gesù: “Non potete servire a Dio e alla ricchezza”.

Bisogna comunque precisare che l’avaro si distingue da colui che è semplicemente interessato (cioè da colui che, per amore del denaro, non fa nulla gratuitamente); si distingue anche da chi è parsimonioso (cioè da colui che ama risparmiare e si astiene da ciò che è costoso) e da chi è economo (ossia da colui che sa spendere al momento opportuno).
Perché l’avarizia è contata tra i vizi capitali? Proprio perché è “caput” (capo, origine, radice) di tanti altri vizi che ne derivano. Dice infatti San Gregorio Magno che essa genera insensibilità di cuore, inquietudine nel possesso, violenza nell’appropriazione, pigrizia, frode e, secondo il tragico esempio di Giuda, anche tradimento.

L’insegnamento biblico sulle ricchezze è molto complesso, tanto da sembrare contraddittorio: da una parte la ricchezza è vista come un dono di Dio, dall’altra ci risuona nelle orecchie la minaccia di Gesù: “Guai a voi, ricchi!”. La ricchezza viene considerata un bene, un dono di Dio, perché assicura l’indipendenza, preserva dal dover supplicare gli altri, dall’essere schiavi dei propri creditori.

Tuttavia, dai testi dell’Antico Testamento, la ricchezza materiale non è mai presentata come il migliore dei beni: è un bene secondario. Ve ne sono altri che le sono superiori: ad esempio, la pace dell’anima, la buona fama, la giustizia ed anche la salute. L’uomo saggio vede con chiarezza i limiti della ricchezza: vi sono realtà che essa non può comperare, come l’esenzione dalla morte e l’amore.

Anche il vizio capitale dell’avarizia affonda le sue radici nel cuore. Il termine con cui lo indica il Nuovo Testamento è la cupidigia, cioè la sete di possedere sempre di più, senza preoccuparsi degli altri o addirittura a loro spese.

Nella Bibbia sono numerose le denunce delle disuguaglianze provocate dalla cupidigia: è la cupidigia, affermano i Libri Sapienziali, che induce il mercante disonesto a truccare le bilance, a speculare, a far denaro su tutto; è la cupidigia che spinge il ricco a esigere riscatti, ad accaparrarsi le proprietà, a sfruttare i poveri, a volte rifiutando il giusto salario.

La cupidigia offende solo il prossimo?  La Bibbia ci svela che questo vizio conduce al rifiuto di Dio, in quanto il denaro e tutto ciò che esso significa in termini di prestigio e di potere prendono il posto di Dio nel cuore dell’uomo. San Paolo si mette decisamente sulle orme di Gesù, per il quale essere amico del denaro significa concentrare sui beni creati un cuore che invece appartiene a Dio soltanto, considerando questi beni come dei padroni e disprezzando l’unico vero Signore che è Dio.

San Paolo sintetizza tutta la sua visione sulla pericolosità della cupidigia nella famosa affermazione: “L’attaccamento al denaro, infatti, è la radice di tutti i mali”. Scegliendo il denaro, ci si distacca dal vero Dio e ci si vota alla perdizione, come Giuda, che per denaro tradì.

La virtù che si contrappone all’avarizia è L’ELEMOSINA.
LA  LUSSURIA

Ci introduciamo ora nel terzo vizio capitale, la lussuria, un vizio che ha intaccato profondamente la natura umana. È forse il vizio più diffuso e più difficile da vincersi. La tragedia del nostro tempo consiste nel ritenere la lussuria una tendenza naturale della carne e non una sua deviazione. Ciò che è una malattia, una vera malattia della mente e del cuore, prima ancora che del corpo, viene oggi presentata come un fatto naturale, persino come una fonte di felicità. Questo nostro tempo è molto ipocrita: per evitare di combattere il male, si nega che il male sia male. La lussuria è un male grave che debilita l’uomo spiritualmente, moralmente, psicologicamente e fisicamente, rendendolo schiavo del desiderio impuro. La volontà diventa prigioniera dei meccanismi ripetitivi della carne, e nel cuore c’è l’amarezza di una schiavitù da cui non si vede l’uscita.

La lussuria è un vizio capitale opposto alla virtù della temperanza, ed è la brama disordinata del piacere carnale fuori delle finalità che Dio ha assegnato alla sessualità umana.

L’istinto sessuale non costituisce in sé e per sé qualcosa di cattivo, ma di naturalmente buono. Ne consegue, come afferma il Concilio, che “ gli atti con i quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onorabili e degni e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano e arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi”.

La posizione cattolica nel definire la lussuria, è, dunque, molto equilibrata: da una parte non demonizza la sessualità umana, dall’altra finalizza l’uso della sessualità al progetto di Dio, considerando peccato grave l’uso della sessualità fuori del matrimonio e, all’interno del matrimonio, ogni uso della sessualità non conforme alla legge di Dio: è il caso della contraccezione, definita “grave disordine” da Paolo VI.

La lussuria nella Bibbia

Le prescrizioni divine presenti nella legge dell’Antico Testamento condannano come colpe della massima gravità morale e sociale la fornicazione, l’incesto, l’omosessualità, la bestialità.

Gesù è certo misericordioso con i pubblicani, le meretrici, la donna adultera; ma nel medesimo tempo approfondisce le prescrizioni della legge, colpendo alla radice del peccato che è nel desiderio impuro e nello sguardo impuro: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio nel suo cuore”.

San Paolo che ha evangelizzato fra le perversioni degli ambienti pagani, si è levato con forza contro tutte le forme del male impuro. Egli coglie tutta la gravità delle varie forme di lussuria, che riassume sotto il termine di “fornicazione”. Ecco cosa dice: “Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Corinzi 6,18).

Le virtù che contrastano la lussuria sono la castità e la temperanza.
L’IRA

L’ira è una componente del temperamento e in sé non è né buona né cattiva: ci può essere un’irritazione nei confronti del male come nei confronti del bene. Quando parliamo di vizio dell’ira, non facciamo riferimento a un carattere nervoso, ma ad un atteggiamento disordinato che vuole reagire nei confronti di un torto, vero o presunto, fino alla vendetta.

L’ira si chiama impazienza quando è semplicemente una naturale disposizione a inquietarsi; è il caso di persone che si agitano per nulla; diventa trasporto se all’impazienza aggiunge parole e atti minacciosi (esempio durante la guida dell’automobile). Siamo ancora nell’ambito delle disposizioni abituali; passiamo nella violenza se l’ira si esprime in azioni brutali. Oltre la violenza c’è il furore, se acceca la ragione; dal furore colmo di ira ecco l’odio e la vendetta. L’odio è l’ira continuata; la vendetta è la volontà di fare il male ad ogni costo per rispondere al male ricevuto.

Entrando in un ordine prettamente religioso, troviamo nei testi biblici delle tremende manifestazioni d’ira anche di significato positivo. Gesù nel tempio pieno di ladroni si lascia prendere da una santa ira, intreccia una frusta e li scaccia; certamente dotato di un carattere sensibile, egli reagisce nei confronti del male.


Nella sua sorgente, l’ira è dunque un impulso moralmente indifferente. La vera misura morale è questa: se essa esprime il disgusto e l’opposizione al male di una coscienza retta, se rimane comunque nei limiti del lecito, rappresenta un modo di contrastare una situazione di ingiustizia, ha un valore positivo. Se è la reazione sproporzionata a un torto subìto ed è mossa da smania di rivalsa, rappresenta un comportamento moralmente negativo.

Ora nella Bibbia vediamo, da una parte, la condanna dell’ira, quando essa è la reazione violenta di un uomo che si adira contro un altro uomo, mosso dall’invidia, come Caino, o mosso dalla furia di un diritto violato, come Esaù nei confronti del fratello Giacobbe; d’altra parte, vi troviamo anche l’ira di Dio e le sante ire degli uomini.

Da un punto di vista morale, l’uomo che reagisce violentemente contro un altro uomo è condannato da Dio: quando l’ira è mancanza di amore e si manifesta come offesa al prossimo, entriamo nel vizio capitale, un vizio che può arrivare fino all’omicidio.

I Libri biblici condannano la stoltezza dell’iracondo, “che non controlla il soffio delle sue narici”, come dice il Libro dei Proverbi; i sapienti ammirano coloro che hanno il fiato lungo, a differenza degli impazienti che hanno il fiato corto.

Gesù si è dimostrato ancora più radicale, assimilando l’ira al suo effetto ultimo, che è l’omicidio: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere, chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al Sine-drio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna”.
Quindi, nella misura n cui contraddice al comandamento dell’amore e danneggia il prossimo, l’ira è condannata da Dio, offende la giustizia, ferisce il fratello, rischia di avere come sbocco finale l’omicidio: è un vizio capitale.

Rimedio contro il vizio dell’ira, sono la pazienza e il perdono.


LA GOLA

Consideriamo ora il vizio della gola nelle sue origini, nelle sue manifestazioni e nel suo complesso, non solo dal punto di vista fisico ma anche spirituale. Bisogna anche dire che oggi questo vizio comporta aspetti sul piano sociale di non poco conto: pensiamo alle vittime dell’alcolismo e della droga. Proprio questi due fenomeni sociali ci aiutano a capire come questo vizio non sia che l’aspetto esteriore di una malattia esistenziale profonda, l’espressione di una vita nella quale si cerca di addormentare con dei surrogati l’angoscia per l’assenza di Dio.

L’insegnamento di Cristo raccomanda innanzitutto la libertà interiore per quanto riguarda i bisogni anche legittimi del corpo. Le preoccupazioni materiali ci fanno perdere un aspetto fondamentale della vita evangelica, la fiducia dei figli al Padre celeste.

La Bibbia sottolinea anche la necessità di una continua vigilanza, per evitare che i nostri cuori si appesantiscano nell’ubriachezza, nella stanchezza, nella sonnolenza, nelle preoccupazioni della vita. La vita cristiana è una vita da sentinelle vigili, in quanto la carne, il mondo, il demonio sono continuamente in agguato.

Di qui la necessità di vegliare e di pregare in ogni momento, per non lasciarsi sopraffare dall’ubriachezza dei bisogni fisici e per non lasciare spazio al maligno. In questa luce, la lotta al vizio della gola è perfettamente inquadrata nel combattimento spirituale.

Il vangelo di Luca, nella parabola dell’uomo ricco che si credeva al sicuro per le ricchezze accumulate e in quella del ricco epulone, insiste su questo tema.

San Paolo si rivolgeva a cristiani che venivano dal paganesimo: qui, spesso, il mangiare e il bere erano finalizzati al pur godimento, tanto che alcuni ricchi romani, dopo banchetti interminabili, si procuravano il vomito per poter ricominciare a mangiare. A queste persone egli scrive parole di fuoco, affermando che gli ubriaconi non erediteranno il regno dei cieli.

Nella Lettera agli Efesini egli scrive che nel vino sta la lussuria, stabilendo il rapporto tra il vizio della gola e quello della lussuria; ma soprattutto significativa è l’affermazione nella Lettera ai Filippesi, che ha fatto scuola perché va alla radice del vizio della gola: ci sono persone “che hanno per dio il loro ventre”. Ognuno di noi ha il suo piccolo dio, la poltrona, il denaro, la donna; ci sono molti che vivono per mangiare, anziché mangiare per vivere, e il loro ventre è il loro piccolo dio.

Le virtù opposte alla gola sono la temperanza, la sobrietà e il digiuno.

L’INVIDIA

Che cos’è l’invidia? Il significato della parola è il verbo “invideo”, cioè “guardare dentro” in una persona, e provare dispiacere per il suo bene, il suo successo, le sue qualità morali o spirituali. È un vizio particolarmente vergognoso perché è tristezza del bene altrui, considerato come diminutivo del proprio valore personale; ecco perché l’invidia si manifesta esteriormente con la calunnia, la dif-famazione e l’assassinio.

L’invidia dunque consiste nel rattristarsi considerando gli aspetti positivi della persona o della vita del nostro prossimo, come se le sue qualità o i beni o i successi oscurassero o diminuissero il nostro valore personale.

L’invidia non va confusa con la gelosia. Qual è la differenza fra invidia e gelosia?
Uno è geloso di un bene che è suo. L’invidioso invece è invidioso di un bene che è degli altri. La gelosia viene attribuita a Dio perché è in molti casi un atteggiamento positivo. È l’atteggiamento di chi vuole difendere un bene, che gli appartiene e su cui ritiene di avere un diritto. Così, un marito è giustamente geloso della moglie, perché ritiene che sia sua, come difatti è; allo stesso modo una moglie è giustamente gelosa del marito, che è suo.

L’invidioso ha un atteggiamento ben diverso: trova intollerabile che un’altra persona gioisca di un vantaggio che lui non ha raggiunto. Siccome l’invidioso non ama il prossimo, si rattrista nel vederlo felice. Invece la gelosia nasce da un altro atteggiamento: è perché si ama qualcosa che si ritiene di aver diritto di amare che ci si rattrista di non averlo o che si teme che altri possano prenderne possesso.

Normalmente, fra la gente comune, sono soprattutto le qualità brillanti e superficiali che attirano l’attenzione dell’invidioso, il quale ha paura che gli altri, siano applauditi, abbiano successo, mentre lui resta nell’ombra. In realtà, l’invidia cresce soprattutto nel cuore delle persone vanitose e di quelle che avvertono un più vivo senso di inferiorità. Se poi guardassimo nella vita professionale, ci accorgeremmo che presso gli uomini l’invidia prospera e questo per un motivo molto semplice: perché il cuore umano è malato e inclina all’egoismo.

Infine, osserviamo che l’invidia non riguarda le persone lontane da noi, ma quelle che ci sono vicine, con le quali ci paragoniamo concretamente nella vita di ogni giorno e delle quali temiamo la concorrenza.

Come guarire da questo vizio capitale? È necessaria la buona volontà, ma soprattutto è necessario l’aiuto della preghiera e della grazia. L’invidioso deve avere una particolare luce da parte di Dio per rendersi conto che sta distruggendo sé stesso e gli altri e per comprendere il meraviglioso disegno divino che ha disposto che le nostre virtù, le nostre conquiste, i nostri successi non siano soltanto per noi, ma ritornino a vantaggio degli altri.
L'ACCIDIA

Ed eccoci all’ultimo vizio capitale, l’accidia. Forse non è conosciuto a tutti perché la parola accidia non è di uso comune e a molti ne sfugge il significato. Si tratta di un’esperienza esistenziale a cui nes-suno sfugge e che può contagiare anche il cristiano impegnato nel combattimento spirituale fino all’ultimo istante della sua vita: l’accidia è la poca voglia di combattere, è una resa, è la rinuncia alla lotta.
Si ha vera accidia quando l’astensione dagli impegni doverosi, si concretizza nella vita spirituale in modo tale che l’accidioso, invece di trovare gusto e gioia nelle cose dello spirito, incontra piuttosto disgusto e tristezza.

Insomma: l’accidia è lo sbadiglio dell’anima! Questa descrizione dell’accidia la rende ben riconoscibile. Non la si può confondere, ad esempio, con l’aridità spirituale: questa molte volte è semplicemente una prova che Dio ci dà per purificarci.
Nel cammino spirituale l’accidia ha conseguenze devastanti, per questo è un vizio capitale. La vita interiore è assai dura per la natura umana decaduta. È ovvio che i sensi, l’uomo animale e specialmente la fantasia, si distraggano con facilità. Perciò la vita dello spirito richiede una lotta continua contro i sensi che fanno valere i loro diritti.
Tuttavia, non è soltanto lo sforzo inerente alla preghiera che causa l’atteggiamento accidioso; vi sono altre cause, che possono essere di ordine psicologico e anche fisico. Ad esempio, l’amore dell’agio e del quieto vivere, una concezione troppo facile e rilassata della vita interiore, il non ritenere giusto o necessario privarsi di soddisfazioni umane che non sono peccaminose, però sono comode: tutto questo guasta il gusto spirituale e la gioia dello spirito. Significa tenere il piede in due staffe, significa essere servitori di due padroni: vorresti deciderti per Dio senza il coraggio di lasciare il mondo, così non gusti e ti stanchi di Dio.

Tuttavia, nel cammino spirituale occorrono sempre molta prudenza e molto equilibrio. Quando si vogliono fare sforzi eccessivamente severi, quando si vuole togliere tutto alla natura, la natura si ribella e noi crolliamo. Volenti o nolenti, non possiamo lasciare frate asino a digiuno completo, un po’ di biada gliela dobbiamo offrire! Da una parte l’eccessiva sensualità, la curiosità e l’attaccamento al mondo e dall’altra il sottoporre la natura a privazioni eccessive, causano la noia, il disgusto, la stanchezza per le cose spirituali e per le pratiche di pietà, con conseguente scoraggiamento. Se, ad esempio, preso dal fervore, incomincio a recitare tre rosari al giorno, dopo tre settimane sono stanco e smetto di pregare. Sarebbe stato meglio iniziare con qualche Ave Maria al giorno, perché non si può chiedere subito tutto ad una natura malata; bisogna chiederle ciò che può dare in quel momento.

Consapevoli che non siamo né angeli né animali, ma uomini, disponiamo le attività della nostra giornata rispettando la realtà della nostra condizione (e nelle esigenze della natura umana rientrano anche il mangiare, il dormire, il conversare, che non sono certo peccato!), concedendo il giusto spazio all’impegno del cammino spirituale; non facciamo programmi a troppa lunga scadenza, ma ricomin-ciamo ogni giorno.
Torna ai contenuti